La Zolla | Dialogo sull’incontro “Autorità e libertà nella sfida educativa”
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Dialogo sull’incontro “Autorità e libertà nella sfida educativa”

14 Feb Dialogo sull’incontro “Autorità e libertà nella sfida educativa”

Pubblichiamo la trascrizione del dialogo sull’incontro “Autorità e libertà nella sfida educativa”, con don Josè Claverìa (don Pepe), rettore dell’Istituto Sacro Cuore, Rosario Mazzeo, rettore della Fondazione Grossman e Gloria Cuccato, preside della scuola secondaria di primo grado La Zolla di piazzale Brescia.

 

Gli appunti non sono rivisti dagli autori.

 

Introduzione di Gloria Cuccato:

Sono chiamata a sostituire il nostro coordinatore didattico, prof. Daniele Gomarasca, preso dal laccio del morbo influenzale. L’8 ottobre ci siamo trovati, come La Zollae Fondazione Grossmanper aiutarci a riprendere coscienza dell’identità delle nostre scuole, nate dall’esperienza vissuta all’interno del carisma di Comunione e Liberazione. Avevamo chiesto a Don José Claveria, rettore dell’Istituto Sacro Cuore di aiutarci a riprendere in mano la lettura de Il rischio educativoscritto da Giussani, in particolare approfondendo il tema del rapporto tra autorità e libertà. L’incontro è stata una occasione preziosa per riflettere su cosa rende diverse e speciali le nostre scuole. Pur con tanti limiti più o meno strutturali e umani, c’è qualcosa che le rende appetibili, desiderabili, c’è qualcosa per cui vale la pena investire denaro ed energie. Quest’anno siamo stati invitati a rivedere e aggiornare il PTOF della scuola, documento di presentazione del nostro progetto educativo, e ci siamo chiesti: ma in fondo qual è il nostro metodo educativo? Sembra una domanda scontata, in realtà è la domanda che mette a nudo il segreto delle nostre scuole: infatti noi non facciamo cose diverse da altre scuole. Anzi, magari ci sono molte scuole che hanno strumenti migliori dei nostri, fanno proposte diverse e anche migliori, ma la nostra specificità è il metodo. E il metodo è riconoscere una presenza. Chi dirige la nostra scuola è appassionato perché desidera riconoscere ogni giorno quella Presenza, con la P maiuscola ma anche con la p minuscola, perché c’è una coincidenza tra il ragazzo che ho davanti, il collega che ho davanti, il genitore che ho davanti e la Presenza grande del Mistero. Per cui a me interessa conoscere questa Presenza. Per questo tutto ciò con cui ho a che fare diventa importante perché diventa occasione per me per verificare e per accorgermi che questa Presenza è buona e accompagna la mia vita e in questo senso può diventare anche un momento di crescita, una proposta di crescita per l’altro che ho davanti. Tutti abbiamo lavorato sulla lezione dell’8 di ottobre, sono nate anche tante domande, alcune ci sono già pervenute per cui chiediamo di intervenire.

 

Sono rimasto colpito da un articolo che è uscito qualche giorno fa sul Corriere della Sera di quel padre che è andato a prendere il figlio al “bosco della droga” di Rogoredo. Al di là del fatto che oggi sono lontano da una situazione di questo tipo, però non ho potuto fare a meno di immedesimarmi in questo padre e in quello che può aver vissuto vedendo il figlio lì. Ho cinque figli di cui due adolescenti e non mi sento totalmente esente da una cosa di questo tipo. In proposito mi chiedo; io sono convinto che la libertà sia un dono grandissimo su cui vale la pena investire, perché i nostri figli affrontino le sfide che gli capiteranno nella vita da uomini; però penso anche che questo dono, senza dare degli argini, possa essere devastante, una bomba in mano a questi ragazzi. Ma al contempo mi chiedo; quanto devono essere alti questi argini perché non si generi l’effetto opposto, li si allontani anziché aiutarli? E poi un’altra questione: che cosa consente di ripartire, genitori e figli difronte a situazioni di questo tipo che sono per tutti degli evidenti fallimenti educativi?

 

Don José Claveria (don Pepe): Buona sera a tutti. È un po’ come fare una verifica. Vi ho lanciato la pietra, adesso voi lanciate le domande e mi mettete alla prova. Vado subito su queste due questioni.

“Quanto devono essere alti questi argini?”. Secondo me devono essere altissimi. La domanda è: “Quali devono essere?”, perché è molto facile pensare che bisogna mettere tantissimi paletti per evitare tantissimi pericoli e facilitare tantissime cose, ma invece io penso che gli argini devono essere solo due. La strada di un ragazzo è come un fiume in crescita dove c’è di tutto e di più. C’è tanta vita ma tanta zavorra, tanta acqua ma tanti elementi che rendono questa acqua torbida, sporca. Piena di ostacoli, difficoltà, rami, alberi, pezzi vari che galleggiano. La grande tentazione sempre, ma oggi più che mai, è di pulire l’acqua cercando di andare a togliere ad una a una tutte le cose che non sono quest’acqua. Ma è sbagliato perché non ce la faresti mai a togliere tutto, a pulire tutto, a regolare tutto. Io ho vissuto a Vienna e lì il Danubio scorre accanto alla città, ed è molto sicuro, anche quando si allaga tutto, Vienna non si allaga. Mi sono informato e ho saputo che prima c’erano tantissimi quartieri di Vienna che venivano allagati dall’acqua e l’imperatore Francesco Giuseppe ha avuto questa idea geniale di fare due argini ben fatti così che l’acqua non straripasse e distruggesse case e facesse danni. Il primo argine è una vita con un orizzonte verso il Mistero. Educare il ragazzo ad entrare in dialogo con il Mistero in ogni situazione, sin da piccolo. Aiutarlo a vivere una domanda grande davanti ad una Presenza. Questo è un punto che poi nel tempo fa il suo lavoro. Anche quando sembra che venga meno questa dimensione, se è stata inserita fin dai primi anni di vita con quotidianità, con chiarezza, con gusto, con bellezza è una cosa che rimane indelebile. Un argine alto e forte che aiuta. Il secondo argine è quello che noi chiamiamo “la compagnia”. Un luogo umano che contiene e abbraccia tutto e tutti. Avendo questi due argini, saldi, presenti, educando a viverli, nel tempo, negli anni poi il fiume scorre bene, va dove deve andare verso il suo destino e arriva ad un certo punto a essere sempre più pulito. Paradossalmente penso che non bisogna calcare troppo ogni particolare in maniera pesante, moralistica ma dare questi due argini con forza e poi dare tempo al tempo.

Invece riguardo alla questione del fallimento, io penso che la grande questione non è tanto riuscire o non riuscire, fallire o non fallire ma che l’educatore prenda il fallimento come un’occasione per sé. Per mettersi in discussione. Per chiedersi cosa vuol dire per la propria strada quel fallimento. Per fare un cammino personale. Vada come vada. Che ci sia questo gusto da parte dell’educatore di prendere ciò che accade, anche se non è preventivato, anche se è palesemente contrario a ciò che è l’ideale, come un’occasione per farsi domande. Questa ferita, se non diventa occasione di un lavoro personale, sarà qualcosa che lascerà più risentimenti, più violenza che non bene.

 

Quando allo scorso incontro parlavi della sollecitazione alla responsabilità personalein merito al padre che accompagnava il figlio in birreria, dicevi: “Bisogna saper aspettare pazientemente che arrivi questo momento, senza forzarlo. Però bisogna essere molto chiari.”. Come è possibile stare sul crinale sottile tra il passo indietro senza sottrarsi alla chiarezza di cui parlavi?

Don Pepe: Questa mattino sono stato di nuovo con questo ragazzo di cui vi avevo parlato. Lo abbiamo invitato da noi al Sacro Cuore a parlare, sono stato molto contento, ho capito proprio meglio questo esempio che faceva. Non è che il padre non gli diceva che non andava bene quello che faceva. Si faceva sei sette canne al giorno, arrivava a casa, andava a letto alle 21, a mezzanotte si alzava, mangiava e poi tornava a letto di nuovo e questa era la vita di famiglia che faceva lui. Ed è lì che certe sere il padre lo svegliava e gli chiedeva: “Cosa vuoi dalla vita? Cosa cerchi? Cosa desideri?”. E lui gli diceva: “Essere felice!”. “E come fai?”, “Non lo so ma ci sto lavorando. Ci provo come posso” È questa la cosa che gli ha lasciato il segno fino ad oggi. E sempre per anni così. Se Dio ci dà tutto il tempo a noi, a ognuno di noi, tutto il tempo di cui abbiamo bisogno, chi siamo noi per fissare un limite di tempo ai nostri figli, ai nostri allievi? Solo uno che si rende conto che Dio ha una posizione chiara, ma dà tutto il tempo del mondo, solo uno che vive per sé un’esperienza di questo tipo può avere il fegato e la pazienza di fare questa cosa. Non è che a volte devo essere chiaro, a volte devo essere paziente ma è la stessa cosa. Io ti faccio una proposta chiara ma ti dò tutto il tempo di cui avrai bisogno per prenderla sul serio. Ti dò tutto il tempo perché se non la fai tua non ti cambierà. E questa è una cosa che io non posso decidere. Stare sul crinale e fare un passo indietro sono la stessa cosa.

 

Nella descrizione che hai ripreso dell’autorità, riconosco chiaramente l’esperienza che ho fatto io. Mi pare che i miei figli più grandi (medie, liceo e anche università) non abbiano ancora fatto questa esperienza. O meglio, alcuni, dopo una curiosità iniziale, hanno lasciato perdere. Da una parte mi sembra giusto che sia così, cioè che non abbiano scelto di percorrere una strada per “educazione familiare”. Io e mio marito li rispettiamo e non li abbiamo mai invitati a proseguire pensando che fosse una loro decisione che deve emergere. Mi faccio delle domande però, perché talvolta non sono convinta. È giusto non metterci becco? Certe volte mi sembra di lasciarli andare troppo. A qualche blando tentativo di interesse da parte mia la reazione è stata di insofferenza (giustamente). Forse la proposta che hanno ricevuto non è stata per loro convincente. Però per molti loro amici lo è stata e lo è. Qualche volta mi sembra di vederli un po’ troppo presuntuosi e soddisfatti della vita “normale” che fanno. So che c’è molto tempo per giocarsi la partita (hanno 12, 16, 19 e 22 anni) e che non siamo certo noi genitori ad incarnare la proposta della vita dei nostri figli (non lo sono stati neanche i miei genitori per me). Ma come possiamo noi genitori favorire un atteggiamento di apertura che spinga i ragazzi a considerare seriamente quello in cui si imbattono?

Don Pepe: “È giusto non metterci becco? Certe volte mi sembra di lasciarli andare troppo”. Secondo me la domanda è più all’origine: Tu sei veramente sicura di quale sia la loro strada? Sei veramente sicura che il tipo di proposta, con la forma, con la modalità con l’accento che ha toccato te è la stessa per loro?Ci puoi mettere la mano sul fuoco che Dio li chiama a vivere la tua stessa strada? Perché per me non è stato così. I miei genitori sono dell’Opus Dei. Sono andato a scuole dell’Opus Dei, non conoscevo un altro mondo diverso da quello e fino alla maturità ero in quell’alveo. E percepivo a volte, non tanto dai genitori che mi hanno lasciato abbastanza libero, che si dava per scontato che la mia strada era quella. E io sentivo una grande insofferenza. Finché io ho trovato la mia strada ed è stato liberante. In questo senso la proposta che io avevo ricevuto non era stata per me convincente fino a che non ho trovato quella che ha toccato il mio cuore.

Certo quando li vedi troppo presuntuosi e soddisfatti della vita “normale” che fanno in realtà tu sai che non è quello, che sono chiamati a molto di più. Però loro non sono adesso nella posizione umana di vedere questa cosa. Ci vediamo al prossimo tornate. Vediamo un po’ cosa dice la vita. Vediamo che difficoltà sorgono, che inghippi, perché lì magari si può rispondere a domande che si pongono. Perché quando non ci sono domande ognuno fa la sua strada, con buona pace di tutti, ci si guarda a vicenda, ci si accompagna come si può ma lasciando spazio e un grande rispetto perché c’è molto tempo per giocarsi la partita. Quello che occorre è favorire un atteggiamento di apertura. Educare ad un uso della ragione, a questa apertura al Mistero, a ciò che accade. A questo senso dello stare insieme fatto bene. Poi bisogna veramente crederci che lì c’è già tutto.

 

Mi trovo in situazioni in cui la posizione ragionevole sembrerebbe evidente. Faccio qualche esempio. Mia figlia dodicenne mi dice che una sera va a mangiare la pizza con amiche e che va e torna con la mamma di una di queste. Scopro il giorno dopo, non perché me l’abbia detto mia figlia, che quell’amica non c’era ed è andata e tornata da sola in metro la sera. Oppure mio figlio liceale decide di non fare i compiti delle vacanze estive perché a lui non servono e perché tanto all’inizio dell’anno si fa un ripasso generale. Primi giorni di scuola prende 2 in tutte le materie perché sprovvisto dei compiti. Un 2 che farà “media” con i voti successivi. Oppure, mio figlio universitario che spesso e volentieri “si dimentica” di avvisare che non torna a cena e anche che non torna a dormire. Dove si fermi a dormire non è sempre chiaro. In queste situazioni, date loro delle ragioni per me significative, ho lasciato che i ragazzi tirassero le loro conseguenze senza buttarmi a capofitto nella discussione e massacrare il malcapitato di turno. In questi momenti vivo un po’ come in apnea, sperando che non capiti il peggio, certa che ciascuno di loro è una persona che cerca e fa dei tentativi, sento tutto il brivido del rischio di lasciare che facciano da soli. In alcune situazioni mi chiedo se sia ragionevole lasciarli andare e la risposta è no, poi ci sono volte che li lascio andare lo stesso anche se non sono d’accordo, altre volte li lascio andare perché non conosco bene i termini della questione, mi dicono quello che vogliono farmi sapere ma è cosa normale. Se penso alla parabola del figliol prodigo, il padre si immaginava bene che il figlio avrebbe sprecato tutto quello che gli dava ma non è finito tutto lì. Il padre sperava che il figlio tornasse ma non ne aveva la certezza. È ragionevole lasciarli andare, sempre? Desidero che tu mi ripeta perché.

Don Pepe: Tu fai bene a chiederti volta per volta cosa fare. Può starci anche che tu li lasci andare anche se non sei d’accordo. Non c’è una formula precisa. È giusto dire che dopo una certa età, che bisogna valutare volta per volta, devi accettare il rischio di uno che decida liberamente. Però è importante che tu ponga un giudizio sempre. Ti faccia le domande che loro apparentemente non si fanno o a cui si rispondono male. E poi comunque va salvato un ordine di vita della casa. È normale che uno avvisi se torna o non torna. C’è un ritmo della famiglia, mangiare a certe ore. Ci sono dei limiti che valgono per tutti, anche per gli adulti. Ma la vera questione che io rilancerei a te e a voi è: “Chi è autorità per me? Quale libertà vorrei per i miei figli? Da cosa si capisce che la famiglia è un luogo di libertà?”. Se tutte queste vicende sono un’occasione per fare un lavoro su te stessa, sul tuo percorso umano, su cosa vuol dire essere libera, allora tu ringrazierai tuoi figlio che ti mette in questi panni, in queste difficoltà. Se invece andiamo solamente a cercare dove porre la riga non ne usciamo.

Rosario Mazzeo: C’è una parola che sta tornando fuori spesso questa sera che è la parola “tempo”. Uno crescendo si accorge sempre di più che bisogna prendersi tempo e dare tempo. Il tempo è amico nostro e quindi anche dei nostri figli. Non il tempo misurabile, non il cronos, ma il tempo che viviamo con dignità. In questo senso quello che non bisogna mai perdere è la relazione, cioè che noi siamo in rapporto con i nostri figli, i nostri alunni. Ma per poter fare ciò dobbiamo scoprire qual è il fondamento della nostra relazione con loro e avere pazienza. Come mi fido di un Altro con la A maiuscola per me, allora mi fido di un Altro con la A maiuscola anche per i figli. Quello che apparentemente sembra un fallimento educativo ci deve provocare ad una verità. In realtà non c’è il fallimento educativo perché non è mai detta l’ultima parola. Noi siamo fatti per essere educati continuamente dalla realtà e da Dio. Il fallimento c’è per le nostre misure. Non per il motivo per cui questi bambini, questi ragazzi sono nati. Basta anche l’ultimo istante prima di morire per non fallire.

 

Rispetto all’attesa e all’esserci (esempio papà/figlio/birra) vorrei chiedere:come si può tenere insieme l’attesa (attiva e non passiva), un esserci ma non prevaricante, un tenere ma lasciando che l’altro si giochi la sua libertà e nella sua libertà facendo passare e vedere molto chiaramente che comunque non è tutto uguale, cioè che scegliere in un modo o in un altro porta con sé delle conseguenze anche educative cioè delle “restrizioni”, delle “correzioni di rotta” (esempio punizione…) e come legarle appunto alla libertà dell’altro?

Don Pepe: Oggi sempre quel ragazzo di cui vi avevo parlato lo scorso incontro diceva una cosa molto bella; mi diceva che quello che più lo colpiva del suo papà è che lui cercava sempre il punto in cui il ragazzo poteva capire. Non è che stava alle conseguenze di una posizione umana, cioè al fatto che ci siano delle conseguenze educative, delle restrizioni, ma era assetato di capire il punto in cui il figlio si faceva le domande. Il gioco pericoloso, quando succede la trasgressione è che uno cada nel tranello di chiudere il tutto a quella vicenda. Ma la vera questione è che ci sia qualcuno che ti ponga davanti al bene, ad un bene già vissuto e che trova dov’è la tua domanda invece che chiudere la partita: “Io ti ho detto di non farlo, tu l’hai fatto e adesso cosa facciamo?”. Adesso cosa facciamo ma…: “Cosa cerchi tu? Quali sono le tue domande in questo momento? Qual è il bene che io vedo?”. Porre davanti un bene, sistematicamente. Invece di cadere nel tranello di cercare di rimediare i mali. Perché quello che muove il cuore dell’uomo è un punto di fascino, un punto che davanti ad una situazione infiammata vede un orizzonte ideale perché uno comunica anche una letizia, anche un gusto nel proporre e nel vivere le cose. Perché se no è come dar ragione, come cedere e dire: “Sì infatti non c’è niente da fare, la vita è fatta solo di regole”. Invece no, la vita è fatta da altro. Poi tutto si regola ma si cerca, se ci sono domande, se c’è l’avventura di un destino umano. Allora lì la questione inizia a diventare interessante per me e poi col tempo anche per loro. Perché si sente un respiro diverso.

 

Quest’anno è iniziato per me con tante attese e diversi sentimenti. Ho un figlio in prima elementare, e desideravo lavorare meno ore per stare un po’ di più con lui. avevo tantissime aspettative e anche un po’ di ansia per l’inizio della sua prima elementare. Inoltre avevo un pochino di amarezza per il poco tempo avuto negli anni dell’asilo per conoscere i genitori dei compagni di mio figlio, ad approfondire amicizie nella scuola. Insomma, come spesso mi accade, molti fronti aperti. Poi sono venuta all’incontro sul rischio educativo. Mi ha colpito tantissimo quando don Pepe parlava di suo padre, con 14 figli e due lavori, che però ogni mattina andava sempre a messa, e diceva che suo padre è una delle persone che lo ha definito di più nella sua vita e vocazione. E lì ho ri-capito, perché le cose non basta capirle una volta, che la felicità di mio figlio non può dipendere solo dal mio equilibrismo tra lavoro, casa (al momento ancora forse non ottimale) e tutto il resto. E anche se io desidero capire e fare ciò che rende più felice me e la mia famiglia, mi sono sentita più libera di fronte a quelle parole, perché sono convinta, come ancora ha detto don Pepe quella sera, che il problema educativo è innanzitutto un problema di cosa l’educatore fa con se stesso e la sua vita, prima ancora che con l’educando, paradossalmente proprio anche di come vivo le ore in cui non sono con mio figlio. Non avevo mai letto il rischio educativo, e quella sera mi è venuta voglia di leggerlo, così anche pensando al mio desiderio, ho proposto ad un po’ di mamme conosciute in questi anni di vederci ogni tanto la sera a leggerlo insieme e a confrontarci sulla nostra esperienza. Quando ho fatto loro questa proposta, ho avuto con alcune la sensazione che aspettassero solo che qualcuno prendesse l’iniziativa. Così, più o meno fedelmente, in una decina ci siamo trovate già quattro volte, abbiamo iniziato a leggere il libro e a parlare di tante cose. Una esperienza bellissima, per me. In particolare una mamma la prima sera che ci siamo incontrate diceva che lei ha quasi paura a farsi certe domande, come avendo paura che la risposta possa deluderla o addirittura non esserci. Questa domanda io è quattro mesi che me la porto nel cuore, perché è anche mia. Ovvero: c’è qualcosa su cui posso scommettere tutto? Posso guardare mio figlio con la certezza che la vita vale la pena, che esserci è un bene e che la promessa che abbiamo nel cuore sarà mantenuta da qualcuno? Per la mia esperienza io posso dire di sì, che questa promessa è mantenuta, che la vita ha gusto, che non siamo allo sbaraglio navigando nel nulla, ma più vado avanti più mi rendo conto che questa certezza ogni giorno deve trovare riscontro nel reale, ogni giorno deve avere dei testimoni che te la fanno rivedere come vera, compagni di avventura come sono iniziate a diventare per me anche queste mamme e questa scuola. Per cui scrivo innanzitutto per dire grazie.

Don Pepe:Grazie!

 

La cosa che più mi ha colpito dell’incontro precedente è stata l’importanza della mossa innanzitutto dell’adulto nella vita, se tu adulto sei felice e certo, tuo figlio vede questo e impara. La mossa in primis è nostra. Per me è verissimo. Ma mi rendo anche conto di quanto non sia una brava educatrice. Io in primis vacillo, seppur mossa sempre da un bene per i miei figli. Tante volte prevale in me la forma delle cose e affaticata soffoco tutto schiacciando così la loro libertà. Questo mi fa tante volte chiedere perdono ai miei figli per la mia istintività esagerata. Cosa salva quindi nell’educare il nostro limite? Come posso chiedere ad un figlio di 12 anni o 10 anni perdono per miei errori, di salvare il mio limite se tante volte sono io a fare fatica a salvare il loro? Cosa quindi salva dal mio fallimento che è continuo? Sono certa che tutto quello che mi muove è un bene infinito per i miei figli e loro lo respirano ma basta?

Don Pepe: Cosa salva dal fallimento e dal limite proprio e degli altri? Ultimamente c’è Uno solo che salva. Non è né la nostra capacità, né la capacità di qualcun altro più bravo. È a nostro vantaggio il limite, se noi lo consegniamo a Colui che può abbracciarci così come siamo. E allora come dice il prefazio pasquale: “Oh felix culpa che ha meritato un tale redentore”. Il punto dell’educatore non è che sia capace di educare, ma che si lasci educare, perdonare, che si lasci prendere da dove è da Colui che ha questa disponibilità totale a riprenderci. Solo questo può rendere l’avventura dell’educazione veramente interrante. E i fallimenti e i limiti un’occasione di un bene più grande. Poi come questo passerà ad altri non riguarda noi ultimamente. Quello che riguarda noi è che abbiamo un luogo dove il Mistero entra nella nostra vita e ci prende come siamo. Se questo non accade anche le cose apparentemente riuscite non portano un granché.

 

Io lo capisco benissimo su di me ma la mia paura è che gli errori che commetto sui miei figli possano causare loro dei danni irreparabili. È questo che mi spaventa. Non tanto il mio limite su di me, ma su di loro.

Don Pepe: La cosa che più può aiutare tuo figlio non è tanto che tu non faccia degli errori. Ma come vivi tu i tuoi di errori. Se loro vedono in te una tenerezza verso te stessa che è proprio frutto di una tenerezza ricevuta da un Altro, nel tempo potranno anche perdonarti per i tuoi errori perché hanno visto uno che ha una strada dove tutto viene recuperato. Per i tuoi figli è esattamente uguale come per te. Se per te i danni sono occasione di un bene più grande lo potranno essere anche per loro. Non è che Dio agisce in te in maniera così magnanima, è così geniale che si serve del concime per far più belle le carote, e invece coi tuoi figli no.

 

Rosario Mazzeo: Nella storia ci sono stati dei genitori santi ma poi i figli non hanno seguito la loro strada. Come ci sono stati dei genitori terribili da cui però sono nati dei santi. Il punto è consegnare noi stessi e i nostri errori continuamente. Perché non è meccanico. L’educabilità non possiamo pensarla in termini meccanicistici. I nostri figli sono altro da noi, sono di un Altro. E questo Altro li lascia in modo tale che possano crescere e realizzare se per il bene di tutti e anche nostro. A noi è dato di vivere anche i nostri errori. Consegnandoli. Non è la nostra perfezione che rende perfetti i nostri figli. Ma non è neanche la nostra perdizione che fa perdere i nostri figli.

Don Pepe:Tra gli antecedenti e le conseguenze c’è sempre la libertà di Dio

 

Io insegno e ho una domanda. Mi colpiva quello che avevate detto l’altra volta sull’insegnamento: “Insegnare è introdurre alla realtà totale, cioè affermare l’esistenza nel suo significato”. A me interessa questo, vorrei chiedervi cosa vi aiuta a vivere così l’insegnamento. A non cadere nella lamentela, e nell’arrabbiatura.

Don Pepe: Noi professori a volte abbiamo certi “tic”, certe cose che proprio non sopportiamo. A volte basta uno che fa una certa cosa che usciamo dai gangheri ed è finita. Ma neanche di questa reattività dobbiamo preoccuparci troppo, capita. L’unica cosa che ti permette di ripartire sempre con un ragazzo è il continuo dialogo con Dio. Quando tutte queste questioni ti portano a pensare: “Io sto guardando il ragazzo così, ma io come sono guardato adesso?”. Anche io posso provocare certi “tic” in Dio che non sopporterebbe certe cose in me, invece io sono sostenuto nell’essere, sono guardato. Ci sono dei momenti e dei luoghi nella mia vita dove questo è documentato. Solo se c’è un lavoro di questo tipo in me ci può essere un gusto nel rapporto col ragazzo, anche se poi ci possono essere dei momenti di debolezza, di reattività ma dentro un percorso di curiosità. Sapendosi voluto bene, sapendosi guardato in un certo modo c’è un desiderio di riprendere questo tipo di sguardo su di sé e di rifletterlo nel rapporto col ragazzo. Gli insegnanti che lasciano il segno non sono coloro che sono stati più duri o più blandi, ma quelli che sono stati indomabili in questa ripresa perché la sentono addosso a loro.

 

Io insegno matematica. Capisco cosa significa offrire ai ragazzi un’ipotesi di significato quando insegni italiano, ma nella matematica come può essere?

Don Pepe: La materia che mi piaceva di più al liceo era matematica. E provavo un’ammirazione per l’intelligenza che percepivo nel mondo e nella creazione grazie al professore che mi faceva vedere la bellezza del mondo anche attraverso la matematica. Vedere uno che ha questo gusto per l’ordine stesso delle cose, di come sono fatte, sia da un punto di vista geometrico sia dal punto di vista algebrico è affascinante. Chi può aver creato un mondo così? Noi siamo gli unici nel mondo che possiamo cogliere questi aspetti che parlano del Creatore. Non è una cosa che metti a tema in senso filosofico, religioso, ma è implicito. Esce dietro ogni equazione, dietro ogni scoperta. Avere un insegnante che vive la propria materia così apre la mente e il cuore.

Rosario Mazzeo: Questa è una sfida continua. Come diciamo nelle nostre scuole: “Educhiamo istruendo”. Si parte da questa evidenza; tutte le materie sono punto di vista sulla realtà, anche la grammatica. La realtà ha senso perché è rapporto con Chi l’ha fatta. Solo che noi spesso riduciamo il significato ad un possesso di nozioni, di contenuti. In realtà è uno scoprire continuo. Il punto è la difficoltà di conoscere davvero la matematica, davvero la grammatica, davvero la storia. Se le riduciamo ad una serie di nozioni alla fine diventano una zavorra. Perché noi riusciamo a capire la realtà com’è fatta? Perché la nostra mente è fatta per capirlo, perché la nostra mente è fatta da Dio come è fatta da Dio la realtà. Il punto è lo stupore, accorgersi che c’è qualcosa di grandioso che noi possiamo riscoprire continuamente.

Don Pepe:Al Sacro Cuore quest’anno ci siamo presi una “cotta” per una domanda che ci poniamo continuamente e che ci sta facendo scoprire tante cose: “Come intercettiamo i nostri ragazzi e come li mettiamo al lavoro?”. Qual è la scintilla che fa venir voglia a te e al ragazzo che fa venir voglia di andare a guardare, a prendere gusto, ad iniziare ad accettare un aspetto di sacrificio o aridità nel lavoro. Qual è il punto che veramente fa muover l’io? Stiamo facendo una raccolta di testimonianze. Ad esempio un insegnante che ha imparato a memoria pezzi abbastanza lunghi e invece che proporli alla stessa maniera si è messo nel mood del teatro e li ha recitati davanti ai ragazzi donandosi attraverso questa cosa preparata, curata. Se una passione si mette in gioco poi contagia e fa suscitare la scintilla di una passione nell’altro.

 

Rispetto agli argini di cui parlavi all’inizio dicevi che uno dei due è la compagnia. Io ho passato tanti anni della mia vita in cui durante una cena, un incontro, mia moglie metteva in piazza i problemi, i disagi, le difficoltà di un figlio e io tornando a casa in macchina le dicevo: “Ma tutte le volte devi dire queste cose? Ma cosa gliene frega a questa gente dei nostri problemi?” Mi sono reso conto poi nel tempo che è utile condividere con qualcun altro, seriamente, le difficoltà, chiedendo: “ma tu come fai?”. Non sempre l’altro ti sa rispondere ma poi magari vedi che guarda tuo figlio in un modo in cui tu non lo hai mai guardato. Quindi il tema della compagnia che io ho, soprattutto con alcuni dei miei figli, è fondamentale. Da noi a scuola per qualche anno abbiamo avuto come motto: “Per educare un bambino ci vuole un villaggio”. Tante volte il rischio anche tra di noi è di parlare di tutto ma non delle difficoltà dei figli.

Don Pepe:A volte è così perché uno spesso pensa che non ci sia alcun guadagno in questa vicenda. Invece se uno inizia a scoprire che c’è una strada per sé, un modo di vivere e di scoprire un bene per se stesso e per il figlio allora ne parla eccome. Fa domande, racconta i tentativi. E poi succede molto spesso che una mamma tira fuori una problematica, una vicenda e poi saltano fuori come funghi tre o quattro che dicono: “Anche tu?”. “Anche tu” è la definizione che da Lewis di amicizia. Due diventano amici quando si guardano e guardando una certa cosa dicono: “Anche tu?”. Si può ribaltare la questione. Se qualcuno inizia ad esporsi, comincia a dare credito a ciò che gli succede come la strada che Dio gli sta tracciando davanti come un tappeto, ne vengono dietro altri e cresce il villaggio come intensità, come gusto.

 

Riporto una frase di Don Giussani citata da Carron ad un incontro: “La cosa in cui dovete imitarmi è nel desiderio di imparare che io ho. La cosa più difficile nella vita: imparare, ed è l’unica cosa in cui tutti dovrebbero imitarmi”. Come facciamo noi a mantenere questa consapevolezza, questo desiderio più di tutto quello che ci succede, senza essere determinati dia nostri progetti, sia che vadano bene, sia che vadano male. Imparare è desiderabilissimo ma è veramente difficile quando poi mi invischio nelle questioni della vita.

Don Pepe:Mi ha colpito molto questa frase di Don Giussani: “La cosa in cui dovete imitarmi è nel desiderio di imparare che io ho” e poi ribadisce: “La cosa più difficile nella vita: imparare, ed è l’unica cosa in cui tutti dovrebbero imitarmi”. Io è un anno e mezzo che vivo a Milano, sono stata buttato nella mischia, in una nuova realtà, la scuola, gli amici, i rapporti. Ci sono momenti e situazioni nella vita più controllabili dove cerchi di prenderti qualche categoria, qualche paletto e provi ad andare avanti con questi. Invece quando sei sovrastato e sorpassato da tutte le parti, con mille richieste e cose che evidentemente superano la tua capacità non è che puoi andare a ripescare qualche idea di qualcuno per avere la bacchetta magica, ma la cosa più bella è chiedersi, davanti alle cose che capitano, vadano bene, o vadano male; “Cosa c’è qua per me? Che possibilità per me può esserci dentro questa vicenda?”. Ci sono due cose che mi aiutano molto. Sono entrambe cose che non devo “fare” ma davanti alle quali devo solo “cedere”. La prima è che la mia natura è così. Io sono fatto per scoprire, per vivere di più. Quindi più impatto c’è con la vita, più salta fuori questo desiderio in me di voler imparare. Devo solo assecondare questa sete che c’è dentro di me e che salta fuori. L’unica cosa che non devo fare è aggiungere cose che la seppelliscano, che la riducano, che la facciano venire meno. Ma c’è un’altra cosa che a me aiuta molto; non so se voi avete visto un video che hanno consigliato di guardare che è la presentazione di un libro in spagnolo El abrazo di Mikel Azurmendi, dove ti trovi un ex terrorista della città dove sono nato io, San Sabastian, che ormai ha settant’anni, sociologo di sinistra che aveva chiuso con tutto il mondo della religione perché convinto che sociologia e religione sono come l’acqua e il fuoco. Invece è successo qualcosa, si vede soprattutto nella ultima parte del video. Lui pian piano ha iniziato a cedere davanti ad una novità che gli era accaduta e negli ultimi tre anni della sua vita ha iniziato a smuoversi tantissimo. Adesso ha settantatré anni ed è come un bambino. Alla fine di questo video Carron, per riassumere tutto il processo che si vede in lui, tira fuori una citazione di Don Giussani che volevo leggervi: “La persona nella nostra epoca non è contemplata come strumento di conoscenzae di cambiamento, essendo riduttivamente intesi la prima (conoscenza) come riflessione analitica e teorica e il secondo (cambiamento) come prassi di applicazione delle regole. Invece Giovanni e Andrea, i primi due che si imbatterono in Gesù, proprio seguendo quella persona eccezionale hanno imparato a conoscere diversamente e a cambiare se stessi e la realtà”. Lo strumento fondamentale per la conoscenza e il cambiamento di sé è la persona. Una persona dove già sta accadendo questa conoscenza e questo cambiamento. Questa è la seconda questione che mi aiuta a voler imparare, a lasciare che prevalga questo lasciare imparare più che non i successi o i fallimenti. È una cosa che accade davanti a me e io posso accettare di dargli tutto lo spazio senza aggiungere niente e seguirla oppure no. Questo è il vero segreto che io vedo che veramente conosce sempre di più e cambia. È nella nostra natura. Come imparano i bambini? Guardando una persona. C’è bisogno di questo coinvolgimento affettivo nella conoscenza. Se no non è conoscenza.

 

Il rapporto educatore educando è quello che spesso viene più preso in considerazione ma io credo che la compagnia per il ragazzo e la ragazza sia un pilastro essenziale. Ad esempio una mia figlia ha fatto una esperienza molto positiva entrando alle medie, non capitando anche con chi non voleva capitare, si sono creati dei rapporti molto positivi che hanno creato un buon clima in classe tanto che ancora adesso che è al liceo sono rapporti che la rilancia. Con l’altra figlia invece vedo che non ci sono dei rapporti che tirano su, al di là del valore dei singoli che c’è sempre, non c’è una modalità di rapporto e relazione che aiuta particolarmente.

Don Pepe: Mi capita spessissimo che i genitori che vengono da me mi parlano di cose importantissime, poi magari negli ultimi cinque minuti si arriva alla vera questione per cui erano venuti. “Come facciamo ad agganciare mio figlio? C’è un gruppo di ragazzi che potrebbe fargli compagnia?”. Mi intenerisco quando mi chiedono questo. Però in un certo senso io mi rifiuto di fare una lista di cinquanta da agganciare perché noi non è che dobbiamo aiutare la provvidenza, ma dobbiamo vivere, dobbiamo giocare la nostra partita. Poi ci penserà il buon Dio ad entrare, a raggiungere come vuole, quando vuole, dove vuole. Non è una strategia, una forzatura, non è che dobbiamo dare una mano a Dio. Capisco che è drammatico, difficile. Ma crediamo veramente che la regia della storia ce l’ha un Altro? Perché in fondo in fondo l’aiuto più grande che io posso dare è che io viva così. Cercando di andare dietro a ciò che fa accadere Colui che ha la regia della Storia. Questo è quello che davvero muove il mondo. Gente che vive così. Certo poi tu con la tua ragione vedi che ci son certi ambiti in cui alcune cose accadano più spesso e allora mandi tuo figlio in una scuola piuttosto che in un’altra o gli fai vedere certi amici piuttosto che altri, però attenzione, lasciamo un po’ di spazio di manovra a Dio. Se fissiamo tutto poi a lui rimane meno spazio. Il vero protagonista della storia è l’uomo che sta davanti a Dio.

 

Conclusione di Rosario Mazzeo

Non dobbiamo dimenticare il significato di rischio. Rischio educativo.Il rischio è una cosa bella, noi dobbiamo accettare questo rischio per noi e per i nostri figli. Senza il rischio non possiamo godere la vita, non possiamo fare quel cambiamento che tu dicevi. La prima cosa quindi è non confondere “rischio” con “pericolo”. Per crescere, per imparare anche la matematica, per fare i genitori dobbiamo continuamente accettare il rischio. Siamo in buone mani.

L’altra cosa molto interessante è quello che si diceva degli argini della compagnia. Perché la compagnia ti aiuta anche a fare l’esperienza del rischio. Stasera sono usciti tanti tratti caratteristici di questa compagnia. Il primo tratto che al centro c’è la persona, c’è il desiderio continuo di imparare, di conoscere che siamo fatti per vivere di più.

Queste serate sono un’esperienza di compagnia, di amicizia, dove stiamo imparando. Quindi la cosa migliore è continuare in questa prospettiva. Le nostre scuole possono diventare esperienza per noi.

La cosa che mi ha colpito è che le domande riguardavano molto il rapporto coi figli ma ad un certo punto hanno iniziato ad emergere domande che riguardavano il rapporto con la realtà. Ci siamo trovati pensando di parlare dei figli ma in realtà abbiamo parlato di noi.

Per imparare insieme la cosa migliore è tenere vive delle domande.

Grazie a tutti