Appunti sulla cultura affettiva di una scuola

05 Lug Appunti sulla cultura affettiva di una scuola

Pubblichiamo una lettera del nostro rettore Daniele Gomarasca ripresa da alcune testate.

 

Egregio Direttore,

tra scene mute agli orali della maturità in segno di protesta e sconcerto per l’invadente presenza dei genitori tra corridoi, mazzi di fiori e bottiglie di spumante, anche quest’anno si consuma nei riti laici di fine scuola la consueta celebrazione di una triplice lontananza: quella tra diverse generazioni, quella tra i giovani e la cultura (o meglio: una certa concezione di cultura) e quella più in generale tra la società e il mondo della scuola.

Eppure c’è ancora chi, nel valutare il proprio cammino scolastico giunto alla sua conclusione, ricorre a un’immagine di tutt’altro segno, sapore e spessore: l’immagine, ancora così familiare per un giovane di 14 anni, di una “casa”.

Così scrivono ad esempio Francesca e Federica, studentesse di terza media.

«Questa scuola per me è diventata quasi come una casa, per quanto una scuola possa esserlo. Non penso di esser mai stata così bene nella mia vita; mi sono subito sentita accolta, apprezzata, ma più di tutti aiutata, che fosse dai miei amici o dai professori».

«Auguro a tutti i ragazzi della mia età di riuscire a trovare un posto e delle persone con le quali si possano sentire “a casa” e non a disagio o in difetto, perché tutti noi abbiamo sempre qualcosa di bello da donare all’altro e viceversa».

La prima possibilità di una familiarità si fonda dunque, come spiega la seconda studentessa, sull’esperienza di essere stati oggetto di uno sguardo di totale valorizzazione, da parte di adulti e compagni desiderosi giorno per giorno di scoprire il bene grande che ciascuno porta in dono all’altro nella sua insostituibile e irriducibile diversità; o meglio: il bene grande che è la sua insostituibile e irriducibile diversità.

Ma c’è uno strumento fondamentale a scuola perché questo accada: la varietà e la ricchezza dei contenuti culturali intorno ai quali, per dirla con Manzoni, docenti e alunni, in un «lungo dibattere e cercare insieme», si animano giorno per giorno in cerca del vero. Per questo uno studente già a 14 anni può interpretare la propria vicenda e la propria ricerca attraverso il filtro, ad esempio, di un incontro letterario.

«Fate attenzione: mai giudicare una persona senza prima averla conosciuta fino in fondo ed aver parlato con lei, proprio come ha fatto il vicino di casa di Belluca con lui.  Quest’anno io mi sono scoperta, ho scoperto di me qualcosa che non conoscevo, ma che evidentemente la prof. già sapeva. Mi ricordo che a settembre andò avanti un mese dicendomi di iscrivermi a teatro ma io non ne avevo nessuna voglia; nonostante ciò (un po’ anche perché ero sfinita dai suoi continui tentativi di convincermi) mi sono fidata e mi sono iscritta. E ora penso: “ma se non l’avessi ascoltata, cosa mi sarei persa”? Beh, mi sarei persa tante fatiche certamente, ma allo stesso tempo tante gioie, tante risate e tante cose da imparare, e così grazie a quest’esperienza ho trovato in me qualcosa di diverso, una Federica che si trova a suo agio a esprimere ciò che può essere importante, e quegli insegnamenti utili per la vita. E non l’avrei mai scoperto da sola! Perciò consiglio a tutti di buttarvi e di fidarvi dei consigli delle persone che vi vogliono bene e che vi conoscono, magari più di quanto vi conosciate voi».

Un docente dunque per un ragazzo (è questo il caso), ma allo stesso modo un ragazzo per un docente, può essere come il fischio del treno della celebre novella di Pirandello che Federica chiama in causa, un fischio necessario a ridestarci dalla noia del già saputo o da quella della dimenticanza, per animare una ricerca (anche di sé!) senza fine.

C’è qualcosa infatti in ognuno di noi di misterioso e incognito, c’è un bene grande che giorno dopo giorno è possibile scoprire. È l’esperienza che il nano Thorin certifica nell’ultimo dialogo con Bilbo nel “Lo Hobbit” di Tolkien, una lettura imprescindibile nelle nostre classi prime medie (“C’è tanto bene in te, più di quanto tu stesso sappia”); è l’esperienza che la giovane alunna riconosce come frutto dell’insistenza speranzosa della sua insegnante, perché partecipasse al laboratorio teatrale pomeridiano delle classi terze.

Dalla fiducia negli altri, dalla fiducia che gli altri ripongono in noi, matura così quella fiducia in sé stessi, premessa di quell’ulteriore familiarità che spesso oggi ci sembra di dover nascondere o che quanto meno non abbia diritto di cittadinanza nello sfavillio delle pure superfici, reali o virtuali: la familiarità con ciò che nell’uomo è sommamente serio, profondo, sacro.

Nel monumento letterario di David Foster Wallace, “Infinite Jest”, si racconta analogamente di un ragazzino, allievo di una maestosa accademia di tennis, che quando può si rifugia in un vicino centro di disintossicazione, perché solo lì può parlare di Dio senza che qualcuno inarchi il sopracciglio o si metta a ridere; solo lì, come Federica, “si trova a suo agio a esprimere ciò che può essere importante per la vita”.

Un ultimo e decisivo rilievo ce lo offre Giorgia, che in una lettera immaginaria a un futuro primino così scrive.

«Durante il mio percorso ho fatto molto, laboratori, gite, letture; tutto è stato utile alla mia crescita. Se però dovessi dire cosa porterò sempre nel cuore sono le lezioni nelle quali sono stata io la protagonista. Non voglio essere confusionaria, nemmeno lo so bene come spiegare, ma sappi che avrai molte occasioni nelle quali avrai la fortuna di essere tu al centro. Non è una cosa scontata, è raro trovare scuole dove mettano te e le tue idee in primo piano, ma qui ti chiederanno sempre la tua opinione e la cosa bella è che lo faranno perché vogliono farlo, perché gli interessi davvero, gli interessa chi sei, quello che hai da offrire e da dire».

Senza questa esperienza la scuola è destinata a morire, a svuotarsi, o peggio ancora a far morire i nostri cari giovani, se continuerà cioè a concepire la cultura come un bagaglio di nozioni chiuso, un bagaglio vecchio riempito ormai sino al limite, semplicemente da consegnare così com’è alle nuove generazioni perché lo immagazzinino acriticamente (posto che la cosa sia utile o sia mai riuscita); non ci può essere evidentemente alcun senso nella scuola, e men che meno una soddisfazione, se gli insegnanti continueranno a ricercare la ragione della loro professione nelle metodologie o nelle regole, e non nell’incontro tra le persone, nell’interesse per l’altro, che poi è la forma più intelligente e proficua dell’interesse a sé stessi.

Già Hannah Arendt scriveva: «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani».

In questo modo può nascere, anzi già nasce, tra mille proclami e mille abbagli di rinnovamenti tecnologici o metodologici, la sola didattica sensata per i nostri tempi (ma forse per ogni tempo), che si compendia in questa domanda, espressione di una perfetta reciprocità tra docente e alunno: di quale novità andiamo in cerca, insieme, forti di tutto quello che abbiamo già imparato?

Sapere ed essere, sapere per essere, sapere per star bene, sapere per far presa sulla realtà, per andare al fondo di sé e del mondo. Perché, per dirla con le ultime parole di Giorgia ai suoi insegnanti, «sapere che a qualcuno davvero importa chi sono mi ha fatto diventare ciò che sono ora».

Questa è la scuola, e in questa scuola ogni insegnante, al pari di ogni studente, ha tantissimo da imparare. 

Daniele Gomarasca

Rettore