Papa Leone XIV, Lettera apostolica sull’educazione
In uno scenario vicino e lontano, quale è il nostro, che sembra essere sempre più cupo e contraddittorio, segnato da tragedie umane e ambientali spropositate, quale può essere il senso di cominciare insieme un anno scolastico?
Di fronte ad una vera e propria dispersione dell’umano e degli affetti, a conseguenza della quale tanti giovani e giovanissimi, anche nelle nostre scuole, si rivolgono per un minimo di conforto alle intelligenze artificiali, domandando a uno schermo ascolto, comprensione e consiglio; di fronte a tutto questo che tipo di cultura può e vuole offrire una scuola?
Quella che, per dirla con il Santo Padre, fa di noi e dei nostri figli (nella migliore delle ipotesi) degli “spettatori rassegnati” o dei “commentatori di rovine” (Magnifica humanitas, 241), prima inermi e poi perfino cinici e distaccati di fronte al mondo e ai suoi (ai nostri!) bisogni?
Possono forse bastarci quattro (o quattromila: non fa differenza) nozioni, estratte magari con cura dal repertorio di quelle già note, e magari mandate perfettamente a memoria al momento dell’interrogazione o della verifica, ma che non dicono nulla su chi siamo, sul bene che ciascun essere umano incarna per il solo fatto di esserci, sul meraviglioso inedito che l’incontro di due persone potrebbe generare nel corso dell’intera storia umana?
Già a suo tempo tanta fantascienza aveva tristemente preconizzato la riduzione della scuola a un mesto edificio dove ci si abitua a “riunire un mucchio di gente, per poi non lasciarla parlare”; dove “non si fanno domande”, perché gli adulti pensano di avere già tutte “le risposte pronte, su misura” (R. Bradbury, Farenheit 451). Dove l’altro, chiunque sia, in fondo è perfettamente sostituibile perché non è per nessuno e in nessun caso oggetto di interesse.
Eppure dovrebbe esserci più che evidente come “l’intelligenza, senza la capacità di dare e ricevere affetto”, conduca a quel “tracollo mentale e morale” (D. Keynes, Fiori per Algernon) di cui oggi, tragicamente, si stenta a vedere il fondo…
Per parte mia sono altrettanto certo, e per questa certezza ritorno volentieri ogni anno a scuola con tanti e come tanti colleghi e amici, con tante, tantissime famiglie e tantissimi giovani, di poter imparare ancora, o meglio: di dover imparare ancora come nell’incontro con le nuove generazioni, in quell’incontro sempre nuovo che accade sul terreno dei saperi e lungo gli itinerari incogniti della crescita di ciascuno, si manifesti la possibilità di un bene vero e consistente, si riveli una verità viva e presente, una verità e un bene che questi nuovi bambini e ragazzi, con il contributo originalissimo di ciascuno e con il nostro aiuto, sono chiamati a riconoscere e ad alimentare giorno per giorno.
Perché la verità è che “esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità” (Magnifica humanitas, 10).
La scuola non è uno dei tanti rifugi dalle brutture del mondo, né un modo per dimenticarsi per un poco di tempo di tutto quello che non va. La scuola è il luogo piuttosto di una reciprocità senza fine di continue promesse, le promesse di chi confida in un futuro buono, e perciò è un laboratorio di speranza, un’officina “di umanità nuova” per “imparare a vivere insieme, dove la differenza non spaventa ma arricchisce, e dove l’incontro con l’altro diventa occasione di crescita e non di scontro” (Card. Pizzaballa). Una scuola così può realmente diventare un luogo decisivo per tutti, un luogo preziosissimo dove giorno per giorno possiamo imparare insieme la cosa più straordinaria e importante di tutte: possiamo imparare l’altro. Persino l’Altro, sperabilmente.
Perché “il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato. Questo volto umano è la pienezza verso cui cammina la storia” (Magnifica humanitas, 233).
Questa è la verità di cui andiamo lietamente in cerca, al di dentro e al di fuori delle aule della nostra cara scuola. Una verità in cui c’è spazio, anzi: di più! C’è bisogno assoluto di ciascuno, piccoli e grandi insieme, ciascuno così com’è: pienamente accreditato, lietamente atteso, appassionatamente accompagnato.
Buon anno, di cuore, a tutti.
IL RETTORE
Daniele Gomarasca



